IL SISTEMA FASCIALE

Solo negli ultimi decenni è stata approfondita la conoscenza delle qualità specifiche del sistema connettivo e del modo in cui opera nel nostro organismo. Si è scoperto che la fascia influenza in maniera importante la postura e le funzioni di ogni organo e di ogni nostro sistema interno. Si tratta di un tessuto morbido e molto dinamico che possiede flessibilità e allo stesso tempo grande forza.

È un contenitore di energia e un conduttore di informazioni che si forma durante lo sviluppo embrionale ed esiste sotto forma di tessuto continuo in ogni punto del corpo. Si trova in ogni strato della muscolatura, attorno ad ogni organo, in ogni cavità corporea, avvolge il midollo, il cervello, ogni osso e si trova in ogni spazio intercellulare.

Essa stabilisce la dimensione di ogni singola struttura mantenendone intatta la forma e ha la funzione straordinaria di integrare tutte le aree corporee aiutandole a collaborare e a coordinarsi.

Forse perché figli di un’era industriale abbiamo acquisito nel tempo la tendenza a vedere il nostro corpo in termini meccanici, come un insieme di parti distinte.  La stessa teoria tradizionale del sistema muscolo-scheletrico sostiene che i muscoli si uniscono alle ossa tramite i tendini che attraversano le articolazioni tirando le ossa le une verso le altre nei limiti di altre diverse parti chiamate legamenti.

Ma le separazioni che implicano queste definizioni anatomiche non tengono conto della nostra reale natura. Nessun legamento esiste da solo, esso si fonde nel tessuto connettivo. Ciò significa che tutti i suoi elementi sono cresciuti insieme dal principio e all’interno dello stesso sistema fasciale.

fascia

Ognuno di noi è un insieme di circa cinquanta mila miliardi di cellule unite da una fluida rete fasciale che, in maniera simile alla cellulosa nelle piante, ci compenetra saldamente e si assesta costantemente e in modo naturale accogliendo ogni nostro movimento.

Inoltre, sappiamo che la fascia immagazzina vibrazioni e conserva in sé una memoria. Essa è la sede di traumi motori e psichici ed è il luogo dove si imprime la memoria positiva della salute. Se la fascia è libera e senza contrazioni tutti i nostri sistemi possono respirare, così come una sua anomalia in un punto specifico ha potenziali ripercussioni su qualsiasi altra nostra area.

Da tempo la scienza studia l’impatto dei nostri schemi mentali e comportamentali sul corpo e il fatto che in realtà si tratta di un’influenza reciproca. Ed è ormai chiaro che ogni tipo di stress, specie se non risolto, si traduce anche nel corpo in una tensione cronica. È in questa comune e diffusa condizione umana che la fascia si irrigidisce perdendo di potenzialità.

Il movimento fisico è di certo un ottimo aiuto ma gli allungamenti lenti e morbidi dello yoga, così come alcuni tipi di massaggio, ci permettono di riacquistare la sua plasticità e la nostra piena funzionalità.
Sappiamo, infatti, che la fascia è lenta nelle sue reazioni e necessita di tempo per adattarsi allo stimolo che però mantiene in memoria, per cui prendercene cura implica una certa costanza. Non è un caso che lo yoga e tutte le sue pratiche come anche la meditazione e la respirazione siano state sviluppate per favorire un cambiamento e un miglioramento di tutta la nostra struttura psicofisica.

Perché lo yoga possa favorire il nostro benessere è importante che la pratica sia regolare nell’offrire stimoli ed opportunità costanti che ci consentano di liberarci da tensioni fisiche ed emotive e che permettano di nutrirci e rinnovarci in una sempre nuova e benefica integrazione. 

Il Linguaggio dello Yoga

Ogni cosa esistente si compone di una vibrazione e di una frequenza elettromagnetica. Comunemente le parole delle lingue moderne hanno la funzione di indicare e connotare l’oggetto cui si riferiscono, invece il Sanscrito denota la vibrazione e la frequenza di quell’oggetto. Il vocabolo che lo descrive esprime la sua vibrazione nel mondo, facendo sì che suono e significato non siano più due entità distinte.

mantra 01.jpg

Il Sanscrito è una lingua vibrazionale perché non è il solo suono a dare importanza alla parola ma la vibrazione che trasmette. Il suo alfabeto è formato da sillabe chiamate Mantrika (Piccola Madre) perché in ognuna è insita la capacità di manifestare e creare l’energia e la vibrazione di ciò che si sta nominando. Questo è il potere del Sanscrito ed è il motivo per cui spesso i maestri chiedono di ripetere i Mantra senza doverne manifestare il significato letterale. L’essenza primaria del Mantra è connaturata nel suo suono. 

Ogni parola di questo straordinario linguaggio ha molte sfumature e significati, si tratta di una lingua evocativa e ogni espressione possiede un tale profondo significato da raggiungere la vera essenza dell’oggetto che descrive.

Si parla di lingua vibrazionale anche perché le parole si possono sentire attraverso il corpo. Le singole sillabe vi accedono attraverso diverse vibrazioni, toccando punti specifici. Se consideriamo il fatto di essere costituiti per la maggior parte di acqua, è più facile comprendere che come una goccia nell’acqua crea movimento, così una vibrazione energetica risuona nel nostro movimento interiore. È comprensibile allora come lo Yoga rappresenti un fecondo percorso di cura di sé anche grazie all’apporto fondamentale di un linguaggio vitale quale preziosa opportunità di favorire la guarigione del corpo fisico, emotivo, mentale e spirituale. Personalmente condivido la ricchezza dei Mantra, e la propongo nella mia pratica, come una modalità di ascolto intimo che riallinea interiormente e sintonizza con la vibrazione universale. L’intonazione delle loro sillabe favorisce un diretto contatto con la nostra parte più autentica permettendoci di ascoltare, purificare ed armonizzare ogni livello del nostro essere. Del resto si dice che il Sanscrito, originariamente chiamato Devangari (cioè il mezzo di comunione con gli dei) sia molto più di un linguaggio e che il suo suono possa riflettere quello cosmico, il Suono universale che genera, nutre e sostiene ogni cosa. Non è un caso che nella religione induista l’utilizzo del Sanscrito sia la prima Sadhana, la prima pratica salutare diretta a riportarci alla nostra connessione con il Tutto. E non lo è nemmeno il fatto che le divinità vediche siano considerate i semi dell’Universo e che da questi sia stata sviluppata ogni lettera dell’alfabeto di questa incantevole lingua. 

Yogic Running

yoga running 01.png

Ciò che amo osservare nella corsa è il suo modo di rappresentare la vita. 

Abbiamo la possibilità di scegliere molti aspetti del correre e soprattutto la facoltà di dedicarvi energie in funzione del nostro stare bene. Decidiamo il momento più opportuno, il tempo che ogni volta gli vogliamo e possiamo dedicare.

A volte scegliamo un percorso e altre lasciamo che sia lui a condurci. 

Lungo il tragitto troviamo una rete di strade, bivi, salite, discese, a volte ostacoli. Incontriamo persone, situazioni e viviamo un costante movimento di molteplici esperienze che colorano la nostra esistenza di sfumature che ognuno di noi può utilizzare per modellare e trovare la propria forma interiore. 

Ad esempio nell’incontrare un ostacolo possiamo decidere di evitarlo velocemente per non perdere il ritmo, ma il sollievo immediato che ne deriva a volte ci lascia come in sospeso, come se il non vissuto rivelasse poi un certo disagio. Possiamo affrontare le cose prendendo le giuste misure del caso, valutando sul momento e sentendoci comunque aderire in qualche modo al nostro sentire. Oppure possiamo restare e soffermarci. In qualunque caso abbiamo la possibilità di fermarci ad osservare. 

L’aspetto che amo di più di queste pause è che lo possiamo fare anche a posteriori, in un successivo momento dedicato ad un ascolto senza giudizio. Possiamo fermarci ad accogliere ciò che emerge nel nostro intimo, in quella stessa situazione o a distanza di tempo, per sentire meglio e scegliere come procedere con nuova consapevolezza.

Non si tratta di bloccare i nostri passi in ogni momento, ad ogni minima sollecitazione, tantomeno di evitare l’ascolto della nostra voce interiore più istintuale, quella che spesso ci aiuta a risolvere velocemente una situazione improvvisa. Quello che colgo in questo muoversi sempre più consapevole è piuttosto un invito a percepire con gentile costanza la possibilità di poterci avvicinare alla nostra verità.

Significa aprirsi alla possibilità di sintonizzare sempre meglio il fare con il sentire. Ed io sento questo come un punto di passaggio importante e come il vero punto di incontro tra yoga e corsa. 

Se sei come me un/a entusiasta praticante ma magari stai tralasciando le attività motorie come la corsa, sappi che si tratta di attività complementari. Molti sono i punti a favore di una pratica integrata che unisce i benefici di entrambi i tipi di esperienza.

Spesso in ambito yogico si guarda alle attività più fisiche come a qualcosa di lontano dal puro sentire l’esperienza. E con questa mia riflessione non intendo spingerti ad accantonare il tappetino ma invitarti a considerare gli aspetti positivi di un tipo di attività che non solo potrebbe rivelare la sua utilità, ma anche dimostrarsi un tipo di esperienza del tutto affine alla tua pratica.

Sento il correre come una possibilità di stare nel fare, come un’ulteriore opportunità di vivere lo yoga nel quotidiano e con l’aggiunta di diversi effetti benefici. La corsa stimola infatti il nostro apparato cardio-circolatorio e favorisce una specifica attività muscolare. La corsa ci mantiene in forma grazie al lavoro aerobico e ci regala al contempo un momento per stare da soli con noi stessi e il nostro respiro.

A tutti gli effetti si può considerare la corsa come una forma di concentrazione e forse di meditazione in movimento.

Non solo. È ormai risaputo che la corsa stimola la secrezione di endorfine, gli ormoni del benessere. E la finalità dello yoga non è forse quella di stare bene e prendersi cura di sé? 

Running Yoga  

Chi ama correre lo sa. Troviamo il luogo, il momento buono per noi, l’abbigliamento comodo e possiamo iniziare a sentirci bene. 

Usciamo dai nostri impegni ed entriamo nella libertà di poter stare con noi stessi. 

Un momento solo nostro in cui lasciar emergere liberamente percezioni e sensazioni, immagini, ricordi che creano ogni volta un nuovo spazio di ascolto.

Una completa immersione in una condizione di crescente leggerezza mentale in cui stare nel corpo, nell’incedere sulla terra a ritmo del cuore. 

Ogni nuovo movimento ci permette di armonizzare corpo e respiro, ogni passo è un tocco vitale che ci riconnette alla nostra interiorità sopita. 

E il nostro correre diventa a tutti gli effetti una forma di pratica sottile. 

Se nella corsa sembra prevalere l’aspetto motorio, con lo yoga (in particolar modo lo yin yoga) si scende sul piano della connessione interna. Con lo yoga diminuiscono le tensioni articolari e muscolari per cui il movimento durante la corsa sarà più libero e fluido.

Si tratta di un lavoro in sinergia con tutte le diverse parti di noi. Se sei un/a runner appassionato/a, sappi che non ti sto invitando ad appendere le scarpe al chiodo. Al contrario, se ami la corsa e non hai mai pensato di dedicarti alla pratica devi sapere che lo yoga potrebbe essere un’esperienza utile e dal comprovato valore integrativo.

yoga come movimento.png

I momenti dedicati alla corsa potrebbero diventare un’occasione per migliorare il tuo ascolto, un’opportunità di conoscerti meglio e un modo nuovo di stare nel fare. Con le sue posizioni specifiche lo yoga ti può accompagnare in questo tanto da diventare, come spesso accade, una pratica efficace e complementare alla corsa.


La combinazione corsa e yoga infatti concentra i benefici di entrambe le esperienze.


Con la corsa viene favorito un miglioramento a livello cardiaco e muscolare, con lo yoga si facilita distensione e resistenza, rilascio di endorfine e concentrazione in un caso e rilassamento e presenza dall’altro. L’unione delle due pratiche comporta benefici in termini di flessibilità. Infatti lo yoga consente di sciogliere tensioni, non solo fisiche, attraverso un costante ascolto anche del corpo.

Una maggiore conoscenza e padronanza del proprio respiro inoltre permette un risparmio energetico non indifferente, consente di aumentare la propria resistenza e favorisce una maggior facilità a mantenere la giusta concentrazione nel movimento e anche nell’affrontare le sfide della vita quotidiana.

Yoga e Nascita, come iniziare?

gravi03

Ogni fase dell’attesa ha qualità ed esigenze diverse per cui quella che propongo è una pratica adatta ad ogni periodo della gravidanza e il più possibile vicina alla specifica unicità di ogni singola realtà.

Il primo trimestre è caratterizzato dal cambiamento più profondo, tutto si ricalibra e riorganizza in funzione della nuova Vita che si manifesta. In questo caso la pratica è la più gentile dei nove mesi perché volta ad accogliere il momento iniziale con la dovuta delicatezza. È la fase in cui dare maggiore spazio all’ascolto, in cui fermarsi a respirare e meditare, ad accogliere emozioni e pensieri. Con il secondo trimestre la donna inizia a fiorire e a sentirsi più energica così come la creatura che porta in grembo comincia a crescere e a diventare più forte. Questo è il periodo in cui ammorbidire e rafforzare maggiormente le aree della schiena, delle gambe e del bacino per andare a supportare al meglio le ulteriori fasi della gravidanza, nonché il momento del parto. L’ultima fase poi corrisponde al momento più vicino alla nascita, quando ci si può concentrare sulla respirazione e sulle visualizzazioni. In questo ultimo trimestre la mia attenzione è volta a favorire pratiche destinate a migliorare la circolazione sanguigna e a mantenere delicatamente attiva la muscolatura utile al travaglio.

Oltre ad un’attenta considerazione delle diverse fasi della gravidanza e delle particolari e specifiche accortezze richieste dal singolo caso, come nella pratica in generale così anche nella pratica in gravidanza, elemento cardine della nostra esperienza insieme rimane il principio di autoregolazione.

Si tratta di un punto fondamentale che permette ad ognuno di imparare ad ascoltare e assecondare il proprio sentire, ciò che il corpo richiede in ogni diverso momento, sul tappetino e nella vita, e che durante la gravidanza si traduce in un ulteriore elemento di conoscenza e in un aspetto imprescindibile per la buona riuscita della nostra pratica condivisa. In questo modo ogni qui ed ora diventa un nuovo sentire, ogni pratica un’occasione di riconoscersi nel proprio essere naturale.

Ogni esperienza diviene un contatto sempre più autentico, ogni volta ti puoi avvicinare con fiducia alla nascita, ad ogni passo ti puoi accordare con il Cosmo accogliendo la Vita che ti viene incontro.

Yoga e Nascita, quando incominciare?

Ogni momento può essere il momento giusto per iniziare ad ascoltarsi, a conoscersi, a prendersi cura di sé e per iniziare la propria pratica. 

Qualsiasi momento della gravidanza lo è ancora di più. In ogni sua fase lo yoga può essere un’occasione preziosa per seguire il proprio sentire nel corpo, per assecondare il naturale processo della creazione che ha tanto da rivelare in un periodo così ricco e intenso nella vita di ogni famiglia.

gravi01

L’area dell’utero è il centro della spiritualità femminile, è la sede delle nostre energie cosmiche e lo yoga, come strumento creativo di scoperta di sé, durante la gravidanza si manifesta in tutta la sua potenziale completezza. Se in generale la pratica ci riporta al nostro centro, alla vera natura dell’esistenza e ci permette di entrare in un contatto più diretto con la vibrazione della Vita, lo yoga in gravidanza ne rappresenta l’espressione più alta e profonda. Sento la pratica in gravidanza come l’opportunità di sperimentare la nostra connessione originale con le dinamiche sottili dell’Universo che richiamano dal Cielo, come l’occasione di ricontattare il nutrimento radicato della Terra e di riconoscere il potere naturale delle nostre capacità innate. Quella della gravidanza è una dimensione straordinaria che possiamo riscoprire ed assaporare grazie ad una pratica dedicata che armonizza ogni parte di noi attraverso una dolce esplorazione del continuo flusso energetico di trasformazione ed evoluzione. 

Durante i mesi dell’attesa entrambi i genitori hanno la possibilità di avvicinarsi alla qualità luminosa del divenire cosmico e non solo attraverso l’esperienza della nascita di un figlio, ma anche attraverso la propria rinascita, e attraverso l’esperienza della pura manifestazione appassionata della Vita. 

La madre la sente muoversi dall’interno, in quell’istinto arcaico del dare la Vita e il padre può ascoltarla da vicino, tanto da poterla sentire e vivere. Per entrambi i genitori la pratica condivisa diventa un modo per instaurare un nuovo e autentico approccio al mondo, per rafforzare ed arricchire il loro rapporto e per iniziare la propria relazione d’amore con la creatura che si sta rivelando.

NASCITA, RISVEGLIO e RICORDO

Sento di poter dire che lo yoga durante la gravidanza favorisce il risveglio e il ricordo.

Il risveglio di una consapevolezza innata e naturale che riporta alla propria autentica competenza e il ricordo di un sistema più umano di quello in cui viviamo oggi.

risveglio.png

Emerge spontaneo il desiderio di rinascere, di riscoprire la propria vera natura e di dare vita ad un mondo diverso, ad un sistema naturale ed equo in cui tutti si sentano bambini desiderati e considerati nella loro piena completezza.

NASCITA e CAMBIAMENTO

Osservo con piacevole sorpresa come con lo yoga in gravidanza si intensifichi l’intento di avere un ruolo attivo e propositivo nel mondo.

Si accresce il desiderio di partecipare alla guarigione della Terra e alla creazione di un mondo nuovo.

nuvole 02.png

La comunione con la Natura e con l’Universo tipica di questo momento ancestrale facilita il desiderio di conoscere se stessi fin nel proprio centro sacro, fino a trovare quello spazio in cui potersi affidare al proprio sentire, quel luogo in cui conoscere ed entrare in contatto con tutto ciò che ci circonda.

Ogni nuova nascita porta con sé tutto il potenziale del cambiamento.

NASCITA e PROSPETTIVE

La vita è un cerchio che si allarga fino a raggiungere i movimenti circolari dell’infinito.

Anaïs Nin

india 01.png

Amo osservare come la pratica dello yoga nel periodo della gravidanza accompagni a riscoprire la propria intimità profonda.

Questo spesso comporta un cambio di prospettiva e la consapevolezza del fatto che esiste un altro modo di vivere maggiormente vicino ai ritmi ed alle aspirazioni umane.

Quella che diffusamente conosciamo non è l’unica forma possibile di esistenza e questa presa di coscienza porta con sé uno spunto creativo importante.

Il SUONO del SILENZIO

Ho conosciuto il silenzio delle stelle e del mare, il silenzio dei boschi prima che sorga il vento di primavera. Il silenzio di un grande amore, il silenzio di una profonda pace dell’anima.

Edgar Lee Masters

Ognuno di noi ha riconosciuto in qualche momento della vita la qualità del silenzio. Immersi nell’acqua, rapiti dalla bellezza di un momento, da un suono nutriente o semplicemente trovandoci in uno stato di presenza piena, tutti abbiamo sentito come il silenzio ci accoglie, conforta e nutre ogni parte di noi.

Rigenera il corpo, calma la mente e apre il cuore.

La scienza ha ormai dimostrato che il rumore ha effetti significativi sul nostro stato di benessere. Il rumore da cui siamo costantemente circondati nella realtà quotidiana aumenta la produzione di ormoni dello stress e questo va a limitare la nostra creatività, la connessione con noi stessi e la nostra fluidità mentale.

Ma se il rumore crea stress, il silenzio lo allevia e lo fa sciogliendo tensioni fisiche e mentali. E’ stato di recente dimostrato che il silenzio reintegra le nostre capacità cognitive. Il silenzio ristabilisce ciò che il rumore costante danneggia. 

La vita moderna ci richiede di processare enormi quantità di informazioni quasi senza poterci prendere pause. I continui input esterni, la costante richiesta di attenzione e di elaborazione di informazioni porta il nostro sistema in sovraccarico. Prendersi una pausa, recuperare spazio di ascolto, passare del tempo da soli e in silenzio ci aiuta a ritrovarci e a recuperare il nostro centro.

silenzio.png

Lo Yoga da millenni lo sa, il silenzio cura. Esso ci conduce a livelli di interiorità profonda, armonizza il nostro intero essere ed ora anche la scienza lo conferma.

E non è un caso che pratiche antiche come lo yoga e la meditazione, che si fondano sul silenzio, invitino ad un ascolto ripetuto nel tempo. Del resto, facendo spazio alla voce del silenzio potremmo sentire tanto di ciò che normalmente non udiamo, potremmo percepire qualcosa di noi che prima non avevamo la possibilità di cogliere. Più ci soffermiamo a dedicarci momenti di silenzio, anche per pochi minuti magari ripetuti nell’arco della giornata, maggiore sarà la nostra generale propensione all’ascolto di noi stessi, degli altri, di ciò che ci accade intorno e molteplici saranno i benefici anche in termini di presenza diffusa e consapevolezza crescente.

A questo proposito mi ha colpito in questi giorni la domanda di chi mi ha chiesto se davvero vale la pena di praticare un ascolto di sé profondo. Nel senso che forse sarebbe più semplice vivere in superficie, lasciando che tante cose rimangano sconosciute per evitare di imbattersi alle volte in qualcosa che ci crea disagio o possibile sofferenza. Ed è una domanda che mi sono posta nel tempo e che ogni volta mi aiuta a soffermarmi su alcuni elementi della pratica in generale ma in particolare su quella del silenzio. Naturalmente ogni silenzio è diverso e la scelta o forse la sfida di dedicarsi un tipo di attenzione profonda, come quella del silenzio, rimane argomento libero e del tutto personale. Ma riflettevo sul fatto che forse siamo abituati ad approcciare al silenzio come a qualcosa di totalmente sconosciuto, come a una dimensione di vuoto che potrebbe evocare inquietudine.  

Se invece iniziassimo a guardare al silenzio come a un luogo nostro e pieno in cui riuscire di volta in volta a ritrovare qualcosa in più di noi? Ad avere qualche informazione nuova e forse preziosa sul nostro essere? 

Di certo il silenzio lascia parlare ogni parte di noi, lascia spazio a divisioni, contraddizioni, difficoltà che spesso ci spaventano e scoraggiano. Ma nello stesso silenzio spesso riusciamo ad incontrare spiragli di unione, di integrità e semplicità autentica. Il mio silenzio lascia emergere indistintamente il rumore della sofferenza, il brulicare delle voci inascoltate, il potere del mio suono puro e il canto delle mie passioni. Per me il silenzio è uno spazio denso. È un luogo che più ricopro di attenzione meno mi spaventa. È un sentire che si approfondisce nel mio suono e diventa un suono sempre più colmo di me. 

Se oggi qualcuno mi chiedesse di definire la qualità del silenzio in una parola non avrei dubbi a scegliere il termine ricchezza. E parlerei di ricchezza non solo perché nel silenzio c’è tanto di noi ma anche perché tutto ciò che accogliamo nel silenzio con un intento amorevole si trasforma in una risorsa di conoscenza e cura che sento inestimabile. 

VUOTO INTERIORE

chi sono 02.png

Quando indugiamo nel silenzio non è detto che siamo fermi.

Fermarsi nel silenzio significa sostare in quello che c’è, significa sospendere il nostro pilota automatico anche solo per pochi istanti.

Certo è difficile farlo se siamo immersi negli impegni del quotidiano ed è vero che soprattutto per i primi tempi la pratica dell’immobilità del corpo si rivela efficace.

Lentamente però potresti familiarizzare con le varie soste tanto da RITROVARTI NATURALMENTE nel SILENZIO senza doverti assentare dalla tua vita.

Io sento questo passaggio come un graduale affidarsi al proprio vuoto interiore, ad una nostra parte che è piena di ENERGIA.

Il mio Hatha Yoga

Se nella tradizione orale antica lo Yoga consisteva in una pratica di ascetismo e ritiro, con i primi testi scritti di Hatha Yoga (Haṭhayoga Pradīpīka, Gheraṇḍa Saṃhitā e Śiva Saṃhitā) iniziano a comparire le posizioni che ancora oggi utilizziamo, in un’ottica in cui corpo e sensi trovano un loro ruolo fondamentale nella pratica. 

In questo approccio finalizzato ad equilibrare ogni parte di noi si può cogliere come l’Hatha Yoga abbia introdotto una iniziale visione olistica della pratica yogica che diventa esperienza psicofisica non più limitata ad una ricerca da fermi ed in silenzio di conoscenze che oltrepassino corpo e mente. Essa si trasforma, con lo stesso intento, in un invito alla scoperta e all’utilizzo di ogni nostra risorsa. 

Tradizionalmente la funzione dell’Hatha Yoga è quella di accompagnare verso una conoscenza ed un equilibrio sempre più intimi dell’energia cosmica presente nell’uomo (Ha=Sole e Tham=Luna). 

Se ci riflettiamo, al fine di trovare stabilità e presenza sono infatti nati i primi Āsana. Dopo aver armonizzato il corpo sono però emerse le difficoltà relative alla costante attività del pensiero. Per ottenere un ampio spazio di ascolto ed una mente complice sono state introdotte le pratiche relative alla respirazione e si è data più importanza al movimento. Se infatti ci addentriamo nel respiro e ne prendiamo sempre maggiore coscienza, ci accorgiamo che anche la mente lo segue e ad esso si armonizza. Inoltre, quando stiamo nel corpo e nel movimento, con naturalezza invitiamo anche il pensiero a rimanere focalizzato nel momento. 

A questo punto è poi emerso che se allunghiamo il mantenimento di una certa posizione permettiamo al complesso dei benefici descritti di avere un raggio di azione più ampio e di poter raggiungere la nostra interiorità profonda. Quando infine facilitiamo tutto questo con un delicato ritiro dei sensi, allora potremo affidarci ai piani sottili della pratica, fino a trascendere il corpo muovendoci verso l’esperienza della concentrazione e della meditazione. In questo modo l’energia universale riequilibrata al nostro interno può condurci alla vera unione con il tutto, alla connessione totale in cui lo yoga trova il risveglio spirituale e la piena consapevolezza di chi siamo all’interno del Cosmo.

il mio Hatha.png

Alla luce di questi presupposti la pratica che offro si evolve costantemente alla ricerca di flussi energetici universali ed interiori da ascoltare e assecondare. Il mio punto di partenza è il corpo inteso come elemento imprescindibile da accogliere in uno stato di apertura e fiducia.

Il corpo è ciò che abbiamo di più prezioso e immediato per coltivare una relazione con la nostra dimensione interiore e l’Hatha Yoga si nutre dell’osservazione delle percezioni sensoriali che derivano dal suo ascolto.

Quando possiamo abitare il corpo ed entrare in intimità con il nostro respiro, ci sentiamo anche liberi di poterci pienamente ascoltare. Nel mio cammino condiviso propongo Āsana, Ṣaṭkarma, pratiche di Prāṇāyāma, Mantra, Mudrā e Bandha in cui poter armonizzare il nostro essere e poterci ritrovare in una condizione di immobilità e silenzio del tutto familiare e confortevole. Questo è lo stato naturale in cui poterci allineare con la forza intuitiva che ci richiama al non manifesto pur rimanendo partecipi e presenti alla nostra condizione umana di impermanenza.