IL SISTEMA FASCIALE

Solo negli ultimi decenni è stata approfondita la conoscenza delle qualità specifiche del sistema connettivo e del modo in cui opera nel nostro organismo. Si è scoperto che la fascia influenza in maniera importante la postura e le funzioni di ogni organo e di ogni nostro sistema interno. Si tratta di un tessuto morbido e molto dinamico che possiede flessibilità e allo stesso tempo grande forza.

È un contenitore di energia e un conduttore di informazioni che si forma durante lo sviluppo embrionale ed esiste sotto forma di tessuto continuo in ogni punto del corpo. Si trova in ogni strato della muscolatura, attorno ad ogni organo, in ogni cavità corporea, avvolge il midollo, il cervello, ogni osso e si trova in ogni spazio intercellulare.

Essa stabilisce la dimensione di ogni singola struttura mantenendone intatta la forma e ha la funzione straordinaria di integrare tutte le aree corporee aiutandole a collaborare e a coordinarsi.

Forse perché figli di un’era industriale abbiamo acquisito nel tempo la tendenza a vedere il nostro corpo in termini meccanici, come un insieme di parti distinte.  La stessa teoria tradizionale del sistema muscolo-scheletrico sostiene che i muscoli si uniscono alle ossa tramite i tendini che attraversano le articolazioni tirando le ossa le une verso le altre nei limiti di altre diverse parti chiamate legamenti.

Ma le separazioni che implicano queste definizioni anatomiche non tengono conto della nostra reale natura. Nessun legamento esiste da solo, esso si fonde nel tessuto connettivo. Ciò significa che tutti i suoi elementi sono cresciuti insieme dal principio e all’interno dello stesso sistema fasciale.

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Ognuno di noi è un insieme di circa cinquanta mila miliardi di cellule unite da una fluida rete fasciale che, in maniera simile alla cellulosa nelle piante, ci compenetra saldamente e si assesta costantemente e in modo naturale accogliendo ogni nostro movimento.

Inoltre, sappiamo che la fascia immagazzina vibrazioni e conserva in sé una memoria. Essa è la sede di traumi motori e psichici ed è il luogo dove si imprime la memoria positiva della salute. Se la fascia è libera e senza contrazioni tutti i nostri sistemi possono respirare, così come una sua anomalia in un punto specifico ha potenziali ripercussioni su qualsiasi altra nostra area.

Da tempo la scienza studia l’impatto dei nostri schemi mentali e comportamentali sul corpo e il fatto che in realtà si tratta di un’influenza reciproca. Ed è ormai chiaro che ogni tipo di stress, specie se non risolto, si traduce anche nel corpo in una tensione cronica. È in questa comune e diffusa condizione umana che la fascia si irrigidisce perdendo di potenzialità.

Il movimento fisico è di certo un ottimo aiuto ma gli allungamenti lenti e morbidi dello yoga, così come alcuni tipi di massaggio, ci permettono di riacquistare la sua plasticità e la nostra piena funzionalità.
Sappiamo, infatti, che la fascia è lenta nelle sue reazioni e necessita di tempo per adattarsi allo stimolo che però mantiene in memoria, per cui prendercene cura implica una certa costanza. Non è un caso che lo yoga e tutte le sue pratiche come anche la meditazione e la respirazione siano state sviluppate per favorire un cambiamento e un miglioramento di tutta la nostra struttura psicofisica.

Perché lo yoga possa favorire il nostro benessere è importante che la pratica sia regolare nell’offrire stimoli ed opportunità costanti che ci consentano di liberarci da tensioni fisiche ed emotive e che permettano di nutrirci e rinnovarci in una sempre nuova e benefica integrazione. 

LA GRANDE MADRE

In ognuno di noi, donne e uomini, vive la Grande Madre. 

L’archetipo della naturale forza del femminile che trascende la mente e l’azione, la matrice della protezione benevola che nel buio invisibile del sentire favorisce fecondità, nutrimento, crescita, trasformazione e rinascita. 

La Grande Madre è l’origine, la creatività del grembo materno che nelle società matrilineari si manifestava nella Natura e nella Madre Terra. Si esprimeva nei sentimenti di condivisione, relazione e pace e si è andata man mano rivelando in noi anche come consapevolezza amorevole, come elemento di comprensione e compassione in onore del quale il nostro bene diventa quello degli altri e quello degli altri il nostro. 

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È la sua essenza ciò che negli ultimi anni mi sembra stia tornando in superficie ad esprimersi in maniera diffusa sotto forma di connessione con la natura, con un senso di protezione dell’ambiente, e che ci sta riportando lentamente ad una relazione armoniosa con la nostra natura più pura, con tutto ciò che ci circonda e di cui siamo parte. Stiamo gradualmente ritornando ad un’attenzione alla Terra, ad un senso di ecologia profonda che ci accompagna verso scelte più naturali, così come sta accadendo nel campo della alimentazione grazie ad una rinnovata consapevolezza crescente.

In questo modo sento il sacro femminile, come la possibilità di diventare madri del Tutto. Si tratta di un sentire che si traduce nella disponibilità a poter essere madri di ogni cosa al mondo, senza alcuna distinzione o separazione. 

Significa ascoltare chi siamo e riconoscerne il valore. Significa ammorbidire il cuore per poter lasciare accadere la vita e permetterle di manifestarsi diventandone onorati custodi.
Essere madri significa aprire e aprirsi, significa costruire, accogliere la vita e raccoglierne i frutti, significa condividere diventando madre di ogni creatura perché la si sente propria.

Vuol dire dare il meglio di sé, cercarlo ogni giorno e trovarlo in ogni dimensione.

Essere madre significa comprendere e accettare, vuol dire unire, scavalcare muri e accorciare distanze. Significa incontrarsi ed incontrare, ascoltare il proprio spazio vitale ricco di una saggezza antica, pieno di risorse creative naturali e di profonde competenze innate.

Riconoscere e vivere la Grande Madre è celebrare la vita nella sua sapienza e assecondarla nella costante ricerca di una unità spesso inascoltata.

Come si pratica un Asana?

Il termine sanscrito Asana contiene la radice as che riconduce al significato di sedersi, restare, ma anche di essere presenti, celebrare e fare qualcosa in modo costante e senza interruzione. Un ventaglio di sfumature che il termine posizione, che abitualmente lo traduce, non riesce nel complesso a rappresentare…e chi ama la pratica sa quanto un asana sia molto più di una postura. Allora come approcciare al nostro Asana?

Credo che un passo importante sia iniziare a prendere consapevolezza del proprio sentire.

Attraverso una fase di ascolto semplice, non sempre facile, possiamo iniziare a percepire ciò che accade nel corpo. Si tratta di momenti di attenzione amorevole in cui poter accogliere quanto emerge ad ogni livello, sul piano fisico ma anche mentale ed emotivo. È una pratica, che sento basilare, di accettazione profonda alimentata dal nostro silenzio interiore.

Ed è senza dubbio una preziosa occasione di comprendere l’importanza dello stare senza il fare. 

Con una pratica libera e naturale iniziamo a percepire la vitalità del respiro e impariamo ad ascoltare per poterlo seguire ed assecondare. Rimanendo in uno stato di curiosa apertura iniziamo a percepire i nostri blocchi, a risvegliare muscoli dormienti e a rilasciare tensioni diffuse. Grazie al respiro possiamo liberare il corpo dalla memoria che si è consolidata nel tempo dell’esperienza. 

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Sento questo tipo di attenzione come una qualità fondamentale da coltivare con pazienza e fiduciosa determinazione. Attraverso un impegno fisico graduale ed una premurosa costanza possiamo ridurre al minimo anche il conflitto della postura. Grazie, infatti, ad un’osservazione consapevole il corpo si accomoda in un appoggio morbido, la mente si apre alla conoscenza interiore e le emozioni si sciolgono in un lento e benefico processo di cura di sé.

Possiamo in questo modo sviluppare una sana condizione di presenza, imparare a distinguerla dai momenti di assenza e cominciare ad assaporare il senso di una attenzione volontaria e salutare che ci accompagna anche verso lo stare nel fare.

Potremmo dire allora che un Asana non si fa. Possiamo semplicemente entrare in una posizione con presenza.

Osservare e accogliere apertamente tutto ciò che accade nella sua qualità di esperienza intima e pura e poi uscire dalla posizione con un nuovo sentire, più denso, e con una rinnovata autenticità nel nostro essere. Sperimentare un Asana significa apprezzare la possibilità di percepire quello che sentiamo in ogni momento della pratica per conoscere chi siamo e prenderci cura del nostro benessere. 

Che cos’è un Asana?

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Oggi molto spesso gli asana rappresentano la quasi totalità della pratica che viene comunemente proposta, per qualche motivo le posizioni sono diventate da tempo l’elemento maggiormente rappresentativo dello Yoga. 

Ciò è avvenuto per una serie di concause che sarebbe lungo affrontare, oltre a non essere questo l’ambito, e probabilmente non darebbe risposte utili. Preferisco solo soffermarmi sullo stato attuale dello Yoga perché mi aiuta a focalizzare ciò che sento importante nella mia pratica e in quella che offro. 

Senza dubbio lo Yoga, come ogni altro aspetto dell’esistenza, è in continuo movimento, evoluzione, cambiamento e lo è sempre stato. Alla luce di questo nella mia pratica scelgo di mantenere saldi alcuni aspetti che continuo a considerare fondamentali, ma cerco anche di aprirmi a nuovi saperi e a nuove esperienze, spesso trasversali, che mi arricchiscono e che mi offrono la possibilità di trovare anche nuove risposte. 

In particolare, nel flusso del cambiamento sento importanti due elementi. 

Il desiderio di praticare e diffondere lo Yoga nel suo essere un naturale e consapevole stile di vita, e la responsabilità di rimanere radicata nella sua essenza, di mantenere vivo il suo obiettivo finale. Scelgo infatti quotidianamente di offrire una pratica intesa come  possibilità di andare oltre la comune sofferenza umana che ci caratterizza. 

Che cos’è allora un asana e in che modo si distingue da un esercizio fisico?

Gli asana sono una parte dello Yoga, un passaggio di una sua dimensione più ampia e completa. Come descritto nei miei ultimi post, Patanjali li considera come il supporto fisico atto a garantire i successivi stadi di consapevolezza, che in realtà sono già presenti in potenza nella posizione di base del corpo. Allo stesso modo, abbiamo visto come secondo i testi antichi di Hatha Yoga, attraverso le posizioni scopriamo stati di coscienza espansa per i quali è necessario essere preparati fisicamente ed energeticamente. 

Ora, se l’attività fisica mira ad attivare e potenziare i nostri muscoli, gli asana facilitano la consapevolezza corporea, lavorano sugli organi interni, regolano l’attività endocrina. Se movimento e contrazione muscolare sono alla base dell’esercizio fisico, nello yoga sono aspetti funzionali. Sono previsti solo nell’ambito iniziale dell’apprendimento destinato a condurci alla fase di mantenimento in cui la muscolatura è rilassata. Metabolismo, consumo di ossigeno e attività fisiologiche in genere che vengono accelerati durante l’esercizio fisico, risultano rallentati nello yoga. Inoltre, la presenza e l’attenzione che la pratica sviluppa nel processo di consapevolezza interiore rimane un aspetto quasi sempre superfluo in qualsiasi esercizio puramente fisico. 

E potremmo continuare a trovare altri elementi ancora che caratterizzano la pratica yogica, ma ciò che forse li potrebbe riassumere è il fatto che un Asana è una sorta di alchimia antica in movimento da sperimentare, un’esperienza di conoscenza e trasformazione che agisce dal profondo a livello fisico, mentale, spirituale, un viaggio che dal grossolano ci accompagna al sempre più sottile permettendoci di riscoprire chi siamo.

Il mio Hatha Yoga

Se nella tradizione orale antica lo Yoga consisteva in una pratica di ascetismo e ritiro, con i primi testi scritti di Hatha Yoga (Haṭhayoga Pradīpīka, Gheraṇḍa Saṃhitā e Śiva Saṃhitā) iniziano a comparire le posizioni che ancora oggi utilizziamo, in un’ottica in cui corpo e sensi trovano un loro ruolo fondamentale nella pratica. 

In questo approccio finalizzato ad equilibrare ogni parte di noi si può cogliere come l’Hatha Yoga abbia introdotto una iniziale visione olistica della pratica yogica che diventa esperienza psicofisica non più limitata ad una ricerca da fermi ed in silenzio di conoscenze che oltrepassino corpo e mente. Essa si trasforma, con lo stesso intento, in un invito alla scoperta e all’utilizzo di ogni nostra risorsa. 

Tradizionalmente la funzione dell’Hatha Yoga è quella di accompagnare verso una conoscenza ed un equilibrio sempre più intimi dell’energia cosmica presente nell’uomo (Ha=Sole e Tham=Luna). 

Se ci riflettiamo, al fine di trovare stabilità e presenza sono infatti nati i primi Āsana. Dopo aver armonizzato il corpo sono però emerse le difficoltà relative alla costante attività del pensiero. Per ottenere un ampio spazio di ascolto ed una mente complice sono state introdotte le pratiche relative alla respirazione e si è data più importanza al movimento. Se infatti ci addentriamo nel respiro e ne prendiamo sempre maggiore coscienza, ci accorgiamo che anche la mente lo segue e ad esso si armonizza. Inoltre, quando stiamo nel corpo e nel movimento, con naturalezza invitiamo anche il pensiero a rimanere focalizzato nel momento. 

A questo punto è poi emerso che se allunghiamo il mantenimento di una certa posizione permettiamo al complesso dei benefici descritti di avere un raggio di azione più ampio e di poter raggiungere la nostra interiorità profonda. Quando infine facilitiamo tutto questo con un delicato ritiro dei sensi, allora potremo affidarci ai piani sottili della pratica, fino a trascendere il corpo muovendoci verso l’esperienza della concentrazione e della meditazione. In questo modo l’energia universale riequilibrata al nostro interno può condurci alla vera unione con il tutto, alla connessione totale in cui lo yoga trova il risveglio spirituale e la piena consapevolezza di chi siamo all’interno del Cosmo.

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Alla luce di questi presupposti la pratica che offro si evolve costantemente alla ricerca di flussi energetici universali ed interiori da ascoltare e assecondare. Il mio punto di partenza è il corpo inteso come elemento imprescindibile da accogliere in uno stato di apertura e fiducia.

Il corpo è ciò che abbiamo di più prezioso e immediato per coltivare una relazione con la nostra dimensione interiore e l’Hatha Yoga si nutre dell’osservazione delle percezioni sensoriali che derivano dal suo ascolto.

Quando possiamo abitare il corpo ed entrare in intimità con il nostro respiro, ci sentiamo anche liberi di poterci pienamente ascoltare. Nel mio cammino condiviso propongo Āsana, Ṣaṭkarma, pratiche di Prāṇāyāma, Mantra, Mudrā e Bandha in cui poter armonizzare il nostro essere e poterci ritrovare in una condizione di immobilità e silenzio del tutto familiare e confortevole. Questo è lo stato naturale in cui poterci allineare con la forza intuitiva che ci richiama al non manifesto pur rimanendo partecipi e presenti alla nostra condizione umana di impermanenza.