• Il primo, Ahimsâ, è la non violenza intesa come atteggiamento diffuso rispetto a tutto ciò che in qualche modo può ferire, e non solo in termini di violenza fisica. Si tratta di tornare a contattare una sensibilità naturale che a volte, in preda alla sofferenza, dimentichiamo e che ci permette di cogliere la verità di un approccio amorevole che rispetti la natura autentica di ogni cosa senza considerare di poterla modificare o prevaricare.
• Il secondo yama, Satya, è la verità intesa come sintonia tra i pensieri, le parole, i nostri sentimenti e talenti, le azioni e le scelte che quotidianamente operiamo. Si tratta di trovare la nostra integrità in ogni momento ed in ogni situazione per poterci mantenere in armonia con noi stessi e con gli altri.
• Il terzo è Asteya, l’onestà. Spesso tradotto come “non rubare” esso non riguarda solo l’aspetto pratico del desiderare qualcosa che non si ha o non si può avere, ma viene coinvolto anche il piano spirituale ed emotivo. Si potrebbe forse considerare come una sana presa di coscienza del fatto di avere già naturalmente in noi tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
• Il quarto yama è Brahamacharya, la continenza. È la purezza nelle parole, nel sentire e nell’agire il nostro pensiero che si traduce in una vita sessuale equilibrata e in generale nel vedere amore (Brahma) in ogni cosa, perché ogni nostra azione o esperienza possa essere un atto sacro.
• Il quinto ed ultimo yama, Aparigraha, è la non avidità, ovvero un invito a liberarsi dal vano desiderio di possedere. Si potrebbe vedere come un invito ad uscire dall’illusione del possesso e a scoprire lo stato di non attaccamento grazie ad una rinnovata consapevolezza del nostro semplice viaggio che ci accomuna nell’esperienza terrena.